26 febbraio 2018

70° anniversario dello Statuto Sardo

Signor Presidente, onorevoli colleghe e colleghi, Presidente Pigliaru, assessore e assessori, autorità e ospiti tutti, 
il 26 febbraio di settant’anni fa lo Statuto della Sardegna veniva promulgato con la legge costituzionale n. 3, approvata con 280 voti a favore, 81 contrari e due astenuti, durante una delle ultime febbrili sedute dell’Assemblea costituente. 
Diveniva, dunque, la terza legge costituzionale della neonata Repubblica democratica e antifascista. 
Oggi ricordiamo quel momento fondante e abbiamo l’onore di farlo alla presenza del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che ringrazio a nome dell’Istituzione che rappresento e di tutti i cittadini sardi.
Storicamente l’autonomia speciale si è affermata per il concorrere di una pluralità di condizioni ed eventi: lo sviluppo di un importante movimento autonomista, con connotazioni federaliste ed indipendentiste, che incise anche sui partiti nazionali e sulle loro rappresentanze in Sardegna; la distanza dell’Isola dal Continente; l’accentuarsi dell’arretratezza delle condizioni economiche e sociali per la ristrettezza del mercato interno, la difficoltà dei collegamenti, la condizione complessiva di isolamento, il senso di distacco e di insofferenza verso un sistema amministrativo eccessivamente accentrato e contemporaneamente inefficiente; la percezione della difficoltà di fronteggiare tali situazioni dal centro dello Stato.
“Il popolo e non solo il popolo è nudo e scalzo” scriveva il generale Pinna, Alto commissario per la Sardegna, nella relazione presentata al Consiglio dei ministri alla fine del 44. 
Si dice che l’autonomia nacque nella scontentezza perché più ambizioso era il progetto, si dice che lo Statuto venne approvato in un clima di diffidenza e indifferenza, ma di fatto, 70 anni fa, la Sardegna ottenne l’autonomia regionale cui auspicava da quasi un secolo e la ottenne, per singolare coincidenza, nel centenario dei moti popolari di Cagliari e di tutta l’Isola che portarono, tra il novembre del 1847 e i primi mesi del 1848, alla soppressione degli antichi istituti autonomistici e alla totale unificazione della Sardegna con gli Stati Piemontesi. 
Alla Sardegna veniva riconosciuta la dignità di Regione a statuto speciale, veniva data autonomia nel governo della propria vita comunitaria e dunque la responsabilità di risollevarsi dalle ceneri della guerra e costruire il proprio futuro di una vita pacifica e capace di soddisfare i bisogni della propria comunità. 
Autonomia e responsabilità, potrebbero sembrare poca cosa oggi, ma se si pensa solo un attimo alla storia degli ultimi 2.000 anni della Sardegna, che è stata storia di dominazioni succedutesi una dopo l’altra - fenici, cartaginesi, romani, bizantini, pisani, spagnoli - ci si rende conto che la storia dei sardi è stata la storia degli altri, in cui i sardi hanno vissuto da spettatori quando non da vittime. 
Non ci deve stupire, dunque, se questo passo venne accolto come un fatto enormemente importante, e grandi furono le aspettative, le speranze, la fiducia riposta in questa nuova istituzione regionale. 
Da quel momento, Presidente, si dice che la Regione ha iniziato a essere una piccola patria, un piccolo Stato per la comunità sarda. 
L’istituzione democratica regionale ha rappresentato fin da subito e tuttora impersona il volto prossimo delle istituzioni e l’interlocutore necessario nel confronto con le istituzioni statali. 
E sono venuti gli anni del primo dopoguerra, del piano di rinascita, della prima industrializzazione, con i suoi problemi e anche con tanti errori, in cui abbiamo assistito ad una Sardegna che si risollevava non solo dalla guerra ma da un ritardo storico di secoli, una Sardegna antichissima usciva quasi d’improvviso dal medioevo per affacciarsi alla modernità. 
Dobbiamo essere orgogliosi di questi 70 anni di autonomia, di quanto è stato fatto, sono stati un periodo di straordinario progresso, 70 anni di pace dentro la pace garantita con la nascita della Comunità Europea, (oggi Unione Europea), 70 anni di avanzamento economico e sociale, di superamento della povertà, dell’analfabetismo, delle malattie; malattie come la malaria di cui si moriva in gran numero anzitempo. Il primo provvedimento del neonato Consiglio, la legge n. 1 del 27 giugno 1949, fu la costituzione del fondo regionale per la lotta contro le malattie sociali. 
Ma soprattutto sono convinto che dobbiamo provare a costruire l’orgoglio di quanto potremmo fare. 
E voglio farlo con lei, Presidente, partendo proprio dall’art. 1 del nostro statuto che bene calibra l’unità politica con l’autonomia. 
Lasciate che lo ricordi: 
«La Sardegna con le sue isole è costituita in Regione autonoma fornita di personalità giuridica entro l'unità politica della Repubblica Italiana, una e indivisibile, sulla base dei principi della Costituzione e secondo il presente Statuto». 
Con l’articolo 1, lo Statuto sardo identifica un territorio (la Sardegna) e a “presidio” di questo territorio dispone la costituzione di un ente (la Regione autonoma) al quale implicitamente attribuisce il governo dell’isola evidenziandone fin da subito i termini: l’autonomia si svolge nell’ambito dei principi dell’unità politica e dell’unità e indivisibilità della Repubblica italiana; le implicazioni che da questa unità derivano si evincono allora dai principi della Costituzione e dello Statuto speciale, quali parametri che indirizzano e danno significato all’autonomia della Regione sarda. 
Parametri che, si badi bene, non sono limiti ma possibilità di sviluppo, di integrazione, di valorizzazione.
Dunque viene subito da pensare che l’autonomia regionale debba essere in primo luogo una autonomia governata da e ispirata ai principi di uguaglianza (formale e sostanziale), di solidarietà e di libertà; ai diritti sia della persona singola che delle formazioni sociali in cui essa svolge la propria personalità; e che tali principi e diritti debbano essere declinati nella realtà locale per valorizzarne la cultura e la peculiarità (geografica, storica, linguistica, ambientale, economica, antropologica). 
In altre parole l’articolo 1 dello Statuto ricorda che la storia sarda da un certo momento in poi, pur mantenendo intatte molte peculiarità che per secoli la hanno contraddistinta, si intreccia inestricabilmente con la storia d’Italia e ne condivide le sorti. 
L’Italia è cresciuta e noi siamo cresciuti insieme a lei, ma in questo percorso di crescita comune la differenza nord e sud nonostante tutti gli sforzi non si è attenuata e per certi versi è persino aumentata. Questo ritardo, che a volte ci sembra una specie di destino ingiusto, altro non è che lo specchio di quello che ancora non siamo riusciti a fare, insieme Presidente, la Regione e lo Stato, perché come ci ha ricordato all’inaugurazione dell’anno accademico solo insieme le persone, i territori, gli Stati possono ottenere risultati positivi per tutti. 
Da anni ci diciamo che questo percorso dell’autonomia sarda sembra sia bloccato, sembra non sia stato capace di stare al passo con i tempi, a raccogliere la sfida della modernità, esercitando la propria specialità, la propria autonomia nelle necessità di oggi: trasporti, educazione, cultura, lingua, ambiente, digitale etc. Da anni il dibattito regionale evidenzia le insufficienze dello statuto, sia per il suo carattere riduttivo originario, sia per il quadro di funzioni oggi inadeguato rispetto agli obbiettivi, sia per la intervenuta trasformazione del quadro istituzionale considerato soprattutto il mutato ruolo che, a livello nazionale, ha assunto il complessivo sistema delle autonomie territoriali e il peso sempre maggiore di organi extra-statali ed europei. 
Nel dispositivo statutario neanche una parola sul diritto alla mobilità dei sardi, diritto alla mobilità sia all’interno del territorio regionale che, soprattutto, da e per la Sardegna. 
Neanche una parola sul diritto ad essere collegati alle grandi reti dell’energia che muovono le industrie e le esigenze di una vita urbana moderna, neanche una parola o troppo poche parole su scuola, educazione, beni culturali, lingua, e neanche una parola naturalmente su temi che sarebbero entrati con prepotenza nella nostra vita quotidiana e nell’economia attuale, le telecomunicazioni, le reti digitali, internet; neanche una parola o troppo poche parole sulle responsabilità di autogoverno del territorio, nelle sue componenti fondamentali del paesaggio, dell’uso del suolo ai fini edificatori, ma anche della difesa del suolo dall’inquinamento, dall’abuso delle attività industriali e militari. 
Neanche una parola sulla necessità di equilibrio nella presenza e in particolare modo nelle attività dell’esercito in Sardegna. Ancora oggi la Sardegna sopporta da sola il 61% delle servitù militari.
Insufficienza, Presidente, che non significa necessità di superamento ma richiesta di maggiori poteri e di maggiori spazi di autonomia perché è comune e ribadita la convinzione che le ragioni della specialità della Sardegna sono non solo attuali ma per certi aspetti, oggi, ancora più evidenti e incisive e appaiono più profonde e marcate che altrove, trovando motivazioni in cause oggettive e non modificabili, di carattere geografico oltre che storiche, politiche e istituzionali. 
Esse vanno in primo luogo individuate nell'essere isola e nelle conseguenze che l'insularità e la perifericità dal sistema nazionale hanno prodotto e purtroppo continuano a produrre. 
Dall’insularità discendono indubbiamente profili di peculiarità identitari, ambientali da valorizzare e declinare in positivo ma, è evidente, che tale condizione comporta, rispetto al territorio della penisola, l’impiego di maggiori risorse per assicurare alla comunità anche i servizi più essenziali. 
La Sardegna, proprio a causa di questo, è esclusa da tutti i sistemi di rete nazionali ed europei con gravissime conseguenze e penalizzazioni. 
Nel campo energetico è l'unica regione italiana a non poter fruire di energia a basso costo (metano), con conseguente grave penalizzazione e maggiori costi per le attività produttive e i cittadini. 
E' l'unica regione italiana senza una autostrada, con un indice infrastrutturale (strade, ferrovie, porti, aeroporti) pari a 50, fatta 100 la media nazionale. Indice che se riferito al sistema ferroviario scende al 17,4 su 100. Di conseguenza il 75% del totale dei trasporti (persone e merci) si svolge su gomma e su una struttura stradale fortemente inadeguata. 
A questo si aggiunge l'assenza di efficaci politiche statali che garantiscano continuità con il resto del territorio nazionale, in particolare quella aerea, che si somma agli alti costi di quella marittima. 
Il patto per la Sardegna è stato un segnale importante che darà sicuramente risultati ma rimane una misura una tantum rimessa nella disponibilità del governo di turno. 
Presidente, oggi come ieri, la nostra è una terra dalla quale si emigra alla ricerca di lavoro, di possibilità, di dignità.
La nostra è una terra dove si registra una disoccupazione giovanile al 56,3%, dove la dispersione scolastica, nonostante gli sforzi fatti, è ancora al 18%. 
E allora, voglio richiamare l’attenzione sull’articolo 13 dello statuto, il cosiddetto piano di rinascita, il quale prevede che «Lo Stato col concorso della Regione dispone un piano organico per favorire la rinascita economica e sociale dell’isola». 
E lo richiamo perché in questa disposizione, dal carattere sintetico, è in realtà racchiusa la ragione di fondo che ha motivato l’istituzione della Regione speciale: l’arretratezza creata dal secolare sfruttamento e dal dominio, che all’epoca dell’Assemblea costituente contraddistingueva una terra ricca di potenzialità, può, anzi deve, essere superata con il concorso dello Stato e della Regione. Ecco che allora l’unità della Repubblica rappresenta anche un concorso per operare una rinascita. Un patto, dunque, che coinvolge in una comune responsabilità sia lo Stato che la Regione. 
Un patto costituente che con lungimiranza prevedeva che solo la crescita di ciascun territorio, di ciascuna regione, di ciascuna parte del nostro paese avrebbe consentito all’Italia di risollevarsi dalle macerie della guerra. 
Insieme, come ricordava ancora lei Presidente, un metodo impegnativo e al contempo necessario. 
Sono convinto che la disposizione contenuta nell’articolo 13 sia oggi ancora attuale. Non è un residuato storico, né una disposizione che non risponde più alle esigenze dell’isola. Essa è ancora in vigore e lancia una sfida per il futuro: la rinascita (economica, sociale, culturale, spirituale) non si compie una volta per tutte. Si rinasce sempre laddove si trovano motivazioni per crescere, per progredire, per conquistare nuove frontiere. 
In questo senso, dunque, il termine rinascita, racchiuso nello Statuto speciale, costituisce ancora il senso e il significato della specialità e invita la Sardegna a valorizzare le proprie risorse per uscire ogni giorno dall’isolamento e per rilanciare la propria unicità oltre i confini dell’isola. 
E invita lo Stato a concorrere con convinzione a questo processo perché oggi ancor più di ieri la specialità attiene ai diritti dei cittadini, prima ancora che ai rapporti fra istituzioni e merita perciò di essere declinata e valorizzata quale strumento per la parità di condizioni fra tutti cittadini a prescindere dal territorio in cui essi risiedono. Perché solo un Paese che garantisce a tutti i suoi abitanti, indipendentemente dalla collocazione geografica, dal colore della pelle, dalla religione, dall’orientamento sessuale pari opportunità, diritti e dignità è un paese veramente libero. 
Ci chiediamo spesso se si possa essere orgogliosi del nostro percorso di autonomia. Certamente possiamo esserlo, come per ogni cosa che non ci è stata concessa ma che abbiamo conquistato con le nostre mani e con il nostro lavoro. Ma se dobbiamo essere orgogliosi di quanto è stato fatto dai nostri padri e dai nostri nonni, ancora di più dobbiamo essere orgogliosi dell’impegno di oggi. 
C’è un desiderio non detto, non espresso, il desiderio di affrancare quest’isola bellissima dalla povertà e dall’incapacità di rispondere alle giuste esigenze di ciascuno di noi. 
E allora dico che le ragioni dell’autonomia e della specialità risiedono nella responsabilità che tutte le istituzioni, dallo Stato alla Regione agli enti locali, hanno nei confronti dell’intera comunità sarda ma anche nella responsabilità che ciascuno di noi ha nel farsi artefice del nostro destino. Responsabili di quanto occorre fare, sapendo che nessuno ci sostituirà nel nostro compito, perché lo Statuto speciale invita ancora oggi proprio i sardi a rinascere.

 

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